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A Bollate la quarta edizione dell’Osservatorio TEHA su carcere, imprese e reinserimento

By 11 Maggio 2026Maggio 25th, 2026No Comments

TEHA porta a Bollate la quarta edizione

dell’Osservatorio sulle partnership pubblico-private nel carcere

Confronto tra imprese e istituzioni durante l’Osservatorio TEHA nel carcere di Bollate

Un momento del confronto promosso da TEHA Group nel carcere di Bollate con imprese, istituzioni e operatori.

“Il carcere non inizia solo con le sbarre. Inizia quando il tempo smette di avere senso.”

È una delle frasi emerse durante la quarta edizione dell’Osservatorio TEHA Club sulle Partnership Pubblico-Private nel mondo delle carceri, ospitata nel carcere di Bollate e promossa da TEHA Group, partner di bee.4.

Un confronto tra imprese, istituzioni e operatori su occupazione, recidiva, intelligenza artificiale e reinserimento, nato da una domanda: cosa permette davvero a qualcuno di ritrovare una direzione dopo il carcere?

Dopo la visita agli spazi attivi all’interno di bee.4, call center, officina e nuovo centro stampa A2A, gli ospiti hanno potuto vedere da vicino cosa voglia dire trasformare il tempo della detenzione in tempo utile.

Imprese e istituzioni a confronto sul lavoro in carcere

Ad aprire il momento dedicato agli interventi è stato Marco Grazioli, Presidente di The European House – Ambrosetti e Consigliere di Amministrazione di TEHA Group, che ha richiamato il valore dell’articolo 27 della Costituzione e il legame tra occupazione e funzione rieducativa della pena.

Oggi in Italia solo il 34% delle persone detenute svolge un’attività lavorativa e appena l’1% lo fa per imprese private, mentre a Bollate quasi un detenuto su due lavora e circa 200 persone collaborano con bee.4.

Dove esistono percorsi strutturati, il rischio di tornare a delinquere si abbassa drasticamente e la domanda allora diventa inevitabile: se questi risultati sono ormai evidenti, perché esperienze simili restano ancora così limitate?

Per Giuseppe Cantatore, presidente di bee.4, le imprese sono molto più disponibili di quanto si pensi. Il vero limite, spesso, riguarda la stabilità del sistema, la presenza di interlocutori affidabili e la capacità di mantenere gli impegni nel tempo, perché senza questi elementi per un’azienda diventa difficile investire in ambienti complessi come il carcere.

Pino ha ricordato che un impiego dentro gli istituti coinvolge famiglie, figli e relazioni. Vuol dire ridare stabilità, costruire prospettive e rendere più solido il rientro nella società, con conseguenze che riguardano l’intera collettività.

AI, nuove competenze e futuro del lavoro

Durante il confronto è emerso anche il tema dello sviluppo tecnologico e di un mercato che cambia rapidamente. Luca Spada, Fondatore e Presidente Onorario di EOLO, ha posto una riflessione destinata a incidere anche sul nostro modello di business. Se l’intelligenza artificiale trasformerà gran parte delle attività di servizio, quali competenze ha senso sviluppare oggi anche negli istituti di pena?

Rigenerazione, manutenzione, controllo qualità e lavorazioni manuali di precisione sono stati indicati come ambiti dove attenzione, adattamento ed esperienza umana continueranno a fare la differenza anche nei prossimi anni.

Edoardo Iacopozzi, Chief Executive Officer di A2A Services & Real Estate, ha poi presentato il progetto del nuovo centro stampa, nuovo passo della partnership tra A2A e bee.4. Un investimento nato dalla scelta di affidarsi a un servizio capace di garantire qualità e competitività, creando nuove occasioni di crescita per le persone coinvolte, perché, come ha ricordato, “la fiducia è l’unico bene che non può essere comprato e che, per crescere, deve essere donato reciprocamente”. 

Reinserimento, casa e seconde possibilità

Sul fronte sociale, Valeria Negrini, Vicepresidente di Fondazione Cariplo, ha sottolineato un punto decisivo. Senza una casa il reinserimento resta fragile. Per questo la Fondazione sta lavorando su formazione, occupazione e housing sociale, elemento spesso determinante per accedere ai benefici esterni e costruire stabilità una volta fuori.

Antonella e Renato, operatori bee.4, hanno riportato il confronto sul piano dell’esperienza vissuta.

Antonella ha parlato di cosa succede quando una persona perde lentamente la propria identità, fino a smettere di chiedersi cosa farà e iniziare a chiedersi chi è diventata. Tornare ad avere compiti, fiducia e obiettivi cambia profondamente il modo in cui qualcuno guarda sé stesso.

Renato ha definito il carcere “ozio senza pace”, fatto di giornate piene di attese e pensieri ma vuote di direzione, dove il rischio più grande è smettere di riconoscersi, mentre un’attività restituisce ritmo, relazioni e la sensazione di poter essere ancora utili.

Nel corso dell’incontro è tornata più volte la stessa idea: fare impresa in carcere vuol dire condividere rischi, obiettivi e risultati, affidare compiti, chiedere puntualità, misurare qualità e dare alle persone la possibilità concreta di costruirsi una seconda occasione.

Entrando in questi spazi restano soprattutto i volti, le mani che lavorano e la serietà di chi prova a rimettersi in piedi senza scorciatoie.

E forse è proprio da qui che passa la qualità di una società, da quanto riesce a guardare anche dove è più facile distogliere lo sguardo.

Perché, come è stato ricordato in chiusura, il vero rischio oggi non è osare.

Il vero rischio è restare fermi.