Trasformare l’errore in crescita si puo. Anzi, si deve

Nella scuola della vita l’errore è il principale professore. Pare un’assurdità, un controsenso, ma non è così. Non è l’elogio dell’errore a prescindere, ma la valorizzazione dello sbaglio. O del reato.
Una teoria studiata e comprovata da esperti in neuroscienze, docenti universitari e ricercatori che sono giunti a parlare di “Università degli errori”. Non è un luogo fisico, bensì un’idea potente: l’errore può essere inteso come scienza e metodo.
Diversi studiosi e divulgatori italiani hanno dedicato corsi e scritto libri sul valore dell’errore. Ogni medaglia ha due facce. Un esempio è il corso universitario “Sbagliare non è un errore. Dall’errore al successo” dell’università di Macerata. Il percorso si basa sulla neuroscienza dell’errore, la materia che studia come il cervello rileva, interpreta e utilizza gli errori per metterli a frutto e migliorare il comportamento e l’apprendimento.
È un campo affascinante perché mostra che sbagliare non è un difetto, ma una funzione biologica essenziale. Secondo la neuroscienza, l’errore serve anche a aggiornare i modelli mentali, a migliorare l’attenzione, a rafforzare l’apprendimento, ottimizzare i movimenti, prendere decisioni più accurate. In sintesi, il nostro cervello usa l’errore come segnale di correzione. La neuroscienza dell’errore ci rivela che il cervello riconosce gli sbagli e li trasforma in apprendimento.
Questa disciplina ribalta l’idea tradizionale dell’errore come fallimento: biologicamente, è uno strumento di crescita, il cosiddetto apprendimento esperienziale. Allenare il cervello a usare meglio gli errori significa trasformare ogni sbaglio in un segnale utile, invece di una minaccia. La buona notizia confermata dalla scienza è che – se lo vogliamo realmente – questa capacità si può sviluppare ogni giorno e in ogni luogo.
Carcere compreso. Anzi soprattutto in galera.
Servono però esercizi concreti, perché il cervello è plastico: cambia in base a ciò che facciamo con costanza.
Il primo passo è cambiare il mindset dell’errore: il cervello interpreta l’errore in base alle aspettative e va allenato. Come? Sostituendo “ho sbagliato” con “sto imparando”. Questa semplice riformulazione riduce l’attivazione emotiva negativa e aumenta l’attività delle aree prefrontali, quelle che servono per correggere.
Un secondo rimedio consiste nel normalizzare lo sbaglio (che non significa affatto sminuirlo, specie se si tratta di un reato) ma chiedendoci cosa ci ha insegnato: a detta degli studiosi dopo un errore dovremmo rispondere a alcune domande essenziali: cosa volevo ottenere? Cosa è successo davvero? Quali conseguenze ho creato per me e gli altri? Come non ripeterlo? Questo semplice schema attiverebbe la corteccia prefrontale e aiuterebbe a trasformare l’errore in informazione.
Il cervello, infatti, confronta aspettativa e risultato e si adatta. Si giunge quindi a un’esposizione controllata all’errore: se eviti gli errori, il cervello non impara a gestirli. In sintesi, allenare il cervello a usare meglio gli errori significa: esserne consapevoli; prendere atto con realismo e sincerità delle conseguenze; ridurre la reazione emotiva e impulsiva, trovare forme e modalità per elaborare l’errore.
Il nostro cervello, infatti, è un vero e proprio muscolo mentale che cresce con la pratica. Questa visione è molto presente nella divulgazione scientifica contemporanea. Il fisico Piero Martin, ad esempio, sostiene che evitare gli errori sia “un ideale meschino” e sbagliare (fatte le debite proporzioni) sia necessario per il progresso della conoscenza.
Il tema è molto presente anche nella musica e nei media: il cantautore Caparezza nei suoi brani affronta spesso concetti legati all’illusione, alla fallibilità e alla conoscenza, come nel testo de L’infinito, oppure il podcast Sull’errore del giornalista Mario Calabresi, che dedica intere puntate al valore degli sbagli, alla “caduta ben fatta” e alla crescita personale attraverso l’errore.



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