Riabilitazione o punizione? Il vero senso della pena
La domanda può apparire, a seconda dei punti di vista, retorica, insensata, provocatoria o pertinente: è giusto concedere ai detenuti – a tutti i detenuti, forme alternative al carcere per scontare la parte residua della pena?
La risposta che ognuno potrebbe dare corre su una linea di demarcazione netta, scaturisce da due modalità di leggere le vicende della vita, da quanto si creda nella possibilità di rialzarsi e riabilitarsi di una persona. È necessario vincere l’istinto di tutela del nostro quieto vivere, che erroneamente si ritiene potrebbe venir turbato se l’autore di un crimine fosse riammesso anzitempo nel contesto sociale.
Non si tratta di dividere il mondo in buoni e cattivi, ma di credere o meno nella capacità di cambiamento di ogni uomo e donna, di concedere una seconda possibilità, di garantire il diritto di cittadinanza.
In sintesi: chi commette un reato va messo in galera, chiuso in una cella sovraffollata ma intrisa di solitudine, tormentato da rancori e rimorsi, oppure è necessario dare concreta attuazione alla finalità riabilitativa della pena, provare a sostenerlo, stimolarlo, indurlo a reagire e a rileggere il reato da una visuale differente?
Solo così l’errore può trasformarsi in opportunità, la caduta in occasione di riscatto, la presa di coscienza in antidoto alla recidiva. Da solo non ce la può fare. Può solo rassegnarsi a fissare il soffitto, tormentato da pensieri e frustrazioni, che talvolta si trasformano in gesti estremi, autolesionismo, ribellione.
Il rischio di confondere la certezza della pena con la certezza del carcere fine a sé stesso è dietro l’angolo. Anzi, è già una triste realtà.
Il tema carcere non è popolare, non porta voti, non scalda i cuori, anche per la visione distorta che si ha dei detenuti. Alcuni preferiscono cavalcare l’onda dell’allarme sociale: se stanno in galera, la società sarà più sicura.
Aumentare le pene, inserire nuovi reati, costruire nuovi penitenziari è, secondo l’attuale orientamento del legislatore, la via per rendere l’Italia un Paese più sicuro. Se si raggiunge il record di suicidi in carcere, meglio, uno di meno. La fine che si merita.
Eppure, c’è un numero, sempre troppo esiguo, di educatori, psicologi, criminologi, psichiatri, volontari che ci credono davvero. Tentano ogni giorno di aiutare una persona a rendersi conto di ciò che ha fatto, del male causato, del danno arrecato, gettando le fondamenta per un futuro nuovo, nel rispetto della legalità.
Non sono sognatori, idealisti, ma tenaci operatori, professionisti di umanità. Sanno che oltre il reato c’è una persona. Non giudicano: l’ha già fatto il magistrato. Non vogliono convincere nessuno a pentirsi: ormai la sentenza è emessa. Sono determinati a evitare che la persona ricada nell’errore, aiutandola a intravvedere una via differente per rientrare nel mondo, con un approccio nuovo, una scala valoriale ritrovata.
Ci sono (pochi) imprenditori lungimiranti, capaci di guardare oltre, che sanno ritrovare nel detenuto le potenzialità professionali e lavorative che possiede e ancora può esprimere, perché mai come in carcere il lavoro è una formidabile via per risalire la china, ritrovare sé stessi, la dignità, l’autostima.
I padri costituenti lo ritenevano talmente rilevante da assegnargli l’articolo 1 della Costituzione: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro».
E anche il carcere è parte della Repubblica Italiana.